Gruppo Alpini di Arcade - Sezione di Treviso |
Premio letterario nazionale Parole attorno al fuoco XIII edizione - Arcade, 5 gennaio 2008 per un raccolto sul tema: "Genti, soldati e amanti della montagna: storie e problemi di ieri e di oggi" |
Premio speciale "TROFEO CAV. UGO BETTIOL" |
UNA NOTTE DA SBALLO
di Annalisa Fregonese Oderzo (Tv) |
Le guardò soddisfatto: due canne e due dosi, racchiuse in un minuscolo quadratino di stagnola. Sarebbe stata una notte da sballo. Alla faccia di quei cazzuti professori che se ne inventavano sempre una per rompere. In realtà l’idea di trascorrere una notte fuori casa, rintanati fra le vecchie trincee che i soldati avevano scavato su in montagna durante la guerra, aveva riscontrato in classe il favore della maggioranza. Se non altro perché si stava fuori di casa una notte intera, finalmente una tregua dalla sorveglianza dei "vecchi", quel padre e quella madre che erano lontani anni luce dal suo mondo. In classe si erano sorbiti pagine su pagine di Rigoni Stern e Giulio Bedeschi, le poesie di Giuseppe Ungaretti. Un’autentica lagna, una sofferenza anche se per i suoi compagni non sembrava essere così. Quelle pagine che parlavano di soldati e di morti, da insopportabili si erano trasformate in indifferenti. In sostanza non gliene importava un fico secco delle trincee, dei russi e dei tedeschi. Erano cose che appartenevano al passato, roba da cariatidi. Lui era tutto proiettato nel futuro. I suoi giorni erano fatti di sonnolente mattinate a scuola, di pomeriggi chiuso in camera con gli U2, o i Genesis a tutto volume, avvolto nel fumo azzurrino di una canna. Da quando aveva scoperto quella roba stava decisamente meglio. Precisiamo: stava ancor più bene da quando aveva cominciato a farsi di cocaina, costosissima per le sue tasche, ma vuoi mettere il risultato? Procurarsela era facile se avevi i soldi. Questo era il problema maggiore, perché la paghetta non bastava. Aveva cominciato a rubacchiare, con discrezione, le cose bisognava farle con intelligenza. Dieci euro alla volta dal portafoglio del papà, dal borsellino di mamma, dalla scatola di sua sorella che tanto era così scema che non capiva nulla di numeri e non sapeva mai quanti soldi aveva in tasca. Andava a trovare la nonna giusto nei giorni in cui sapeva che prendeva la pensione. Con qualche scusa riusciva ad aprire il cassetto del comò, a sfilarle una banconota da 50 euro. Mai di più, altrimenti si sarebbe insospettita. Denaro che finiva tutto nelle mani di Gianni, che lo riforniva di roba ai giardinetti. Sapeva bene che il Gianni era soltanto una mezza calzetta, nonostante le arie che si dava. Il boss era un altro, un tipo che girava su una spider nera, gli occhiali da sole indosso pure nei giorni di pioggia. Le cinghie dello zaino gli segavano le spalle. Imprecò tra sé e sé, mentre con i compagni arrancava sulla ripida salita che portava alle trincee scavate sul fianco della montagna. A casa i due vecchi si erano addirittura mostrati entusiasti all’idea dell’esperienza che stava per fare. Mamma aveva insistito per riempirgli lo zaino di panini, un thermos di caffè bollente e un maglione in più, non si sa mai. Papà si era procurato una piantina turistica della montagna, con i sentieri recuperati dagli Alpini tracciati in bell’evidenza ed aveva voluto conoscere per filo e per segno il programma della nottata: arrivo al bivacco, accensione del fuoco, disposizione in circolo degli studenti. Alcuni professori si sarebbero cimentati in una scena di teatro tratta da "In guerra", romanzo di Alice Fernet. Al termine ciascuno studente, singolarmente, avrebbe montato la guardia su delle postazioni ben definite lungo le trincee, fino al mattino. Per ritrovarsi infine tutti assieme all’alba e meditare su come avevano passato la notte. Non vedeva l’ora che il teatro finisse. Che il professore lo mandasse nella sua trincea, era riuscito a resistere solo pensando che, nel cuore della notte, nessuno avrebbe notato il fumo azzurrino della sua canna. Nessuno avrebbe indagato su quel quadratino di stagnola dove stava al sicuro quel toccasana meraviglioso. Perché aveva cominciato? Non avrebbe saputo dirlo con precisione. Per curiosità, senza dubbio. Aggiunta alla noia, all’essere ogni giorno sempre più stufo. Aveva 17 anni e un grande malessere dentro. Era cresciuto molto in poco tempo, ormai sfiorava il metro e ottanta, ma il suo spirito bambino non riusciva ad adattarsi a quel corpo di uomo. Uno psicologo avrebbe detto che era nel pieno di una crisi adolescenziale, ma lui era allergico agli psicologi. Per il semplice fatto che si trattava di adulti, i grandi non capivano nulla dei ragazzi. Né sapeva con chi parlare di quell’inquietudine che lo pervadeva. Non con mamma, la quale, poveretta, aveva già le sue belle gatte da pelare con due figli, una casa da mandare avanti, un lavoro alle dipendenze di un capoufficio odioso che la trattava come uno straccio per spolverare. Non con papà, che si spaccava la schiena dalla mattina alla sera nella sua officina, sempre alle prese con i conti da pagare, le rate del mutuo da saldare… Non con sua sorella, quella poi valeva meno di zero. Per fortuna c’era quella roba, se non altro gli dava un po’ di sicurezza. Il teatro era terminato. I professori però, invece di invitarli a raggiungere le postazioni, fecero loro segno di rimanere seduti. Nel fioco cerchio di luce creato dal fuoco s’inquadrò una figura sconosciuta. Un vecchio con un cappello d’alpino in testa, la penna nera si stemperava nella notte. Era stato soldato, aveva combattuto, l’avevano catturato, internato in un campo di lavoro. Era la sorpresa della serata. Il vecchio alpino si sedette su una pietra, cominciò a raccontare. I boschi dell’Albania, il sole della Grecia, gli spari. Il nemico che avanzava, la paura. La cattura, il viaggio dentro a un carro bestiame per quasi un mese, senza mai scendere per mangiare, lavarsi, andare al gabinetto. Il lavoro massacrante in una fabbrica di aerei, quasi tremila prigionieri che mangiavano una sola volta al giorno. «Ci davano una brodaglia con dentro una patata – spiegò il vecchio soldato - quando partii pesavo 80 chili. Ero più o meno come te." Lo indicò con la mano ed egli si sentì arrossire nonostante l’oscurità. "Quando tornai ero ridotto a 45 – terminò – e mia madre non mi riconobbe." Gli studenti bombardarono l’Alpino di domande, i professori lasciavano fare. Perfino lui si sorprese ad essere interessato: una cosa è leggere di guerra sui libri, un’altra sentirsela narrare da un protagonista. "Ma oggi le guerre non sono più così – sentenziò Masi, il secchione della classe – oggi sono tecnologiche, si combattono con i computer. I soldati sono professionisti, ne muoiono molto meno. E non arruolano più ragazzini." Gli occhi dell’Alpino brillarono nell’oscurità. "E’ vero quello che dici – rispose lentamente – pure di soldati bambini sono piene l’Africa, l’America Latina. Non è di loro che voglio parlare. La guerra c’è ancora, eccome. Una guerra subdola, silenziosa, che di giovani ne coinvolge a migliaia. Li massacra, quel che è peggio in pochi se ne accorgono. Si chiama droga. Ci sta portando via, oggi come allora, le nostre forze più valide: i ragazzi. Li distrugge bruciando il fegato, il cervello, la mente. A quarant’anni non sono più nulla." Gli studenti ammutolirono. «Quel senso di apprensione e di tensione che era in noi non ci aveva ancora lasciato. Era come se un gran peso ci gravasse sulle spalle»: le parole di Rigoni Stern aleggiavano sull’accampamento. "La guerra che ho combattuto – proseguì il vecchio – venne scatenata dalla follia umana, dalla sete di potere, alla fine, di denaro. La guerra odierna, quella che, con la droga ci ammazza i giovani, non è forse mossa dall’avidità, da un desiderio sempre più sfrenato di ricchezza?" Gli si gelò il sangue: si rivide, in una sequenza al rallentatore, mentre sfilava gli euro dal portafoglio del papà, della nonna. L’alpino aveva definito quella roba "sterco di cavallo." E lui, lui si stava rovinando la vita per del letame? Quanto agli effetti negativi, oh sì in classe ne avevano parlato fino alla nausea. Aveva pensato fosse teoria, che non lo riguardasse. Invece i brufoli che gli perforavano le guance, la stanchezza che lo assaliva, provocati da quella roba, erano tangibili, eccome. Percepì con sgomento di essere sull’orlo del baratro. La sua strada verso la delinquenza era tutta in discesa. Da quei furterelli sarebbe passato presto ad altro più grave, ne era consapevole. La voragine della malavita l’avrebbe inghiottito per non restituirlo mai più al mondo normale. Nel silenzio della trincea aspettava. L’agognato momento di farsi una dose raggelava. Frugò nel fondo dello zaino, ne tolse le due canne di "erba" le due dosi di cocaina. Le guardò a lungo prima di raggiungere lo spiazzo dove il fuoco ancora ardeva solitario per gettarle fra le braci con un gesto deciso. "Bravo ragazzo» mormorò una voce alle sue spalle. Il vecchio alpino si era materializzato. "Ricorda: non basta vincere una battaglia, devi vincere la guerra." A casa la vita era diventata se possibile, ancor più dura. La rabbia, profonda, sconvolgente, devastante, s’era impadronita di lui. Se avesse potuto li avrebbe ammazzati tutti: il Gianni, quel boss sulle auto da lusso. Si erano presi gioco di lui, l’avevano arruolato nell’esercito dei drogati. Era un qualcosa che lo faceva imbestialire. Nell’inesperienza dei suoi 17 anni non riusciva a venirne fuori. La caserma dei Carabinieri sapeva benissimo dove stava, quante volte ci era passato davanti in scooter. Entrare là dentro e raccontare ciò che sapeva poteva essere un bel modo di vendicarsi. Ci voleva del coraggio e lui non sapeva dove prenderlo. Ripensò a quell’alpino, che era riuscito a sopravvivere alla prigionia, ai nemici, agli stenti, alla fame, ai soprusi, alle violenze: grazie al suo coraggio. Parcheggiò lo scooter, il cuore gli batteva a mille mentre suonava al portone della caserma. Il giovane tenente lo ascoltava con grande interesse. Ci aveva messo un po’ a riceverlo ed ora si rendeva conto che quel ragazzo era una miniera di informazioni sullo spaccio di droga in città. Lui snocciolava dettagli preziosi sul Gianni, i posti di smistamento, chi riforniva la roba, il boss. Aveva una memoria prodigiosa, a scuola glielo dicevano sempre: se si fosse applicato un po’ di più che risultati splendidi avrebbe raggiunto! "Sei fantastico – il tenente gli battè una mano sulla spalla, guardando gli appunti che aveva preso – tutte queste informazioni sono fondamentali, solo ci vorrebbe qualcosa di più. E’ un pezzo che stiamo dietro a quello che tu chiami boss. E’ un tipo scaltro, mai una mossa falsa. Ci vorrebbe qualcosa per incastrarlo…" Se ne andò, promettendo che avrebbe cercato quel qualcosa. Beninteso, per il momento i Carabinieri non dovevano far parola alcuna con i suoi genitori. "Sei solo un povero idiota – disse al Gianni – un illuso, un pampe. Ti vanti che il boss sia tuo amico, in realtà ti sfrutta e basta. Ti ha forse mai fatto fare un giro sulla sua spider? Fatto conoscere una delle sue ragazze?" Provocare il Gianni andandoci giù pesante poteva essere un’idea. "L’idiota sei tu – ribattè l’altro – per tua informazione sappi che mi ha invitato alla sua festa di sabato." "Festa? Che festa, e dove sarebbe? E’ una balla, lo dici solo per vantarti." Gianni s’infuriò ancor di più, gridando che sabato in una splendida villa sulla collina, roba da gente giusta, lui sarebbe andato ad un party memorabile. Con coca a fiumi e un sacco di belle ragazze. Attese che sulla radiosveglia comparissero le 24.00 per uscire dalla sua camera, infilare lo scooter ed arrivare a fari spenti nei pressi della villa. Le finestre erano illuminate, dall’interno giungevano musiche e risate. Le auto di grossa cilindrata e le fuoriserie parcheggiate nei dintorni non si contavano. Si acquattò fra un’auto e l’altra, attento a non farsi scorgere dai forzuti body-guard che stavano all’ingresso. La sua memoria prodigiosa cominciò a mandare a mente i numeri di targa. Un lavoro di precisione. «Come passano lente le ore; il freddo aumenta…»: gli tornò in mente la frase di Rigoni Stern. Era in guerra, la sua guerra che combatteva anche per migliaia di altri ragazzi che non dovevano finire morti per overdose con una siringa nel braccio, non dovevano finire ammazzati in un vicolo dopo una lite fra spacciatori, non dovevano vegetare con il cervello spappolato in un reparto per lungodegenti. Dopo un tempo infinito, raggiunta con lo scooter una strada sicura telefonò al tenente. La storia era su tutti i giornali. Titoli cubitali a sette colonne raccontavano di una straordinaria retata dei Carabinieri. Preso un potente boss della droga, decine di suoi amici. Indagati personaggi importanti, grossi nomi insospettabili. I cronisti riferivano di una non meglio identificata fonte segreta che aveva permesso alle Forze dell’Ordine di mettere a segno quella brillante operazione. Guardò il giornale che suo padre leggeva con interesse. Sapeva che si stava avvicinando la resa dei conti. "Papà – il coraggio gli mancava, le parole gli morivano in gola – papà, dovrei dirti una cosa…" Gli restava un’ultima azione da compiere. Non era, in realtà, né bella né buona, ma non gli veniva in mente nulla di meglio. Si vestì tutto di scuro, calò sulla testa un vecchio berretto con la visiera, inforcò gli occhiali neri, nonostante fossero quasi le 8 di sera. Si appostò nel parcheggio e attese finchè vide arrivare il capoufficio di sua madre. Era un ometto basso, dall’aria untuosa, arrogante. Il classico tipo debole con i forti e forte con i deboli. In guerra l’avrebbero spazzato via come un fuscello. "Ciao amico – dall’alto del suo metro e ottanta torreggiava minaccioso sull’ometto – volevo solo dirti di essere più gentile con i tuoi dipendenti, altrimenti…" Aveva solo 17 anni, le movenze e la voce di un uomo fatto e finito. Si allontanò di corsa, lasciando l’ometto tremante, incapace di infilare la chiave nella portiera dell’auto. Una settimana dopo la mamma tornò dall’ufficio raggiante. "Ehi – gridò ai figli – che ne dite se stasera preparo la pizza? Potremmo andare poi tutti al cinema." La guardò, erano secoli che non la vedeva così felice. "Mamma, che ti succede?" Chiese sua sorella. «Il nostro capoufficio ha dato le dimissioni. Va a lavorare da un’altra parte. Al suo posto ci sarà la Valeria, la conoscete anche voi, quella simpatica…" L’atmosfera era serena mentre l’aiutavano ad impastare acqua e farina per la pizza. Stavolta la sua guerra l’aveva davvero vinta lui, su tutta la linea. |